20 gennaio 2012

Prendete una normale matita. strofinatela su un foglio, oltre al tratto dovrebbero rimanere tracce di grafite, il minerale con cui si fanno le mine da disegno. I diamanti hanno la stessa composizione chimica:comunissimo carbonio ma con un punto di fusione pari a 6900 gradi Fahrenheit e il più alto indice di durezza conosciuto tra i minerali. Per rompere un diamante ci vuole un altro d.iamante oppure la sfortuna enorme di colpirlo prpprio nel punto di rottura. C’è da rabbrividire alla sola idea.

I diamanti non sono solo belli e preziosi: fatti di luce e limpidezze, hanno nella materia l’eterna perfezione delle cose immateriali.

STORIE E LEGGENDE

I primi diamanti vennero estratti 2.800 anni fa in India dove, ancora oggi, si pensa che siano l’ultimo stadio evolutivo di un embrione minerale. Per questo gli indiani definiscono “diamanti immaturi” i normali cristalli, mentre davanti ai diamanti veri parlano di “perfetta maturazione e simbolo d’immortalità”. Non meno poetici i greci pensavano che fossero frammenti di stelle caduti sulla terra oppure lacrime degli dei. Secondo Plinio e Leonardo sono il talismano universale, capaci di rendere innocui i veleni e le malattie, di allontanare gli spiriti malvagi ei brutti sogni.

La tradizione russa dice che impediscono la lussuria e favoriscono la castità, ma non è questo il motivo dell’usanza di regalare alle donne un anello di fidanzamento con diamanti. A cominciare fu nel 1477 l’arciduca Massimiliano D’Austria che sosteneva di aver conquistato Maria di Burgundia solo perchè le aveva messo un diamante sull’anulare sinistro: il dito in cui, secondo gli antichi, scorre la vena dell’amore. Visto che all’epoca non si conoscevano le moderne regole del taglio, i diamanti prediletti dagli orefici erano quelli a forma di romboedro, più facili da incastonare del classico ciottolo di scavo. Montati in modo che almeno una delle punte sporgesse dal castone, i diamanti cinquecenteschi ispirarono ai nobili inglesi un curioso strumento di corteggiamento: incidersi messaggi sui vetri. Famosi quelli scambiati tra Elisabetta I e il suo favorito, Sir Walter Raleigh. “Volentieri salirei ma ho paura di cadere”, scrisse lui sulle finestre della camera di lei. E la Regina, dotata di diamanti ben più grossi oltre che di un pessimo carattere, incise come risposta: “se il cuor ti manca, resta dove sei”. E pensare che in francia lo chiamavano “pietra di riconciliazione” e ritenevano che allontanasse la collera dai matrimoni. Dello stesso avviso doveva essere Richard Burton che, nel 1969, comprò da Cartier un diamante tagliato a goccia 69,42 carati per sua moglie Liz Taylor. Nessuno sa cosa le avesse fatto e quanto pagò una gemma battezzata “Taylor-Burton” perfino sui testi di gemmologia. Di certo lei l’ha sposato due volte e quando nel 1978 ha rivenduto il gioiello, parte del ricavato è servito per costruire un ospedale nel Botswana.

Di ospedali se ne potrebbero costruire uno per ogni abitante dell’Africa vendendo un paio di tesori ornati di diamanti conservati al Topkapi di Istambul:  per esempio il Kasikoi Diamond, una pietra di 84 carati a forma di cucchiaio oppure i due candelabri di oro massiccio ognuno tempestato da 6.666 diamanti, tanti quanti i versetti del Corano.

DIAMANTI DA FAVOLA

Scagli la prima pietra chi non ha mai sentito parlare di Koh-I-Noor. E’ conosciuto fin dal 1300 e secondo la leggenda possederlo significherebbe avere il dominio del mondo. Quando nel 1850 la Compagnia delle indie lo regalò alla Regina Vittoria d’Inghiterra, sembrava probabile. Lei lo fece tagliare ad Amsterdam (all’epoca pesava 186 carati) dandogli la splendida forma ovale che ancora oggi tutti possono ammirare nella Torre di Londra. Oltre a questo ci sono un’infinità di diamanti leggendari. Il Cullinan, per esempio, è in assoluto il più grande del mondo. Quando venne estratto grezzo dalla miniera Premier del Sud Africa pesava la bellezza di 3.106 carati. Acquistato dal governo del Transvaal, fu donato a Edoardo VII che lo fece tagliare in nove pietre importanti – tra cui la celeberrima Star of Africa incastonata nello scettro dei reali inglesi – e96 brillanti più piccoli. Mitico, ma purtroppo scomparso, il diamante “fiorentino” che nel 1657 faceva parte del tespro del Granduca di Toscana. Arrivò con la sua caratteristica forma a mandorla e l’impareggiabile color giallo oro, fino al matrimonio dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria con Francis Stephen di Lorena. Alla caduta dell’impero asburgico spari’: 137,27 carati di cui non si sa più niente. Interessante anche la storia di un altro diamante giallo, il Cuban Capitol, molto più piccolo (23,04 ct) ma incastonato come pietrea miliare nel pavimento del Campidoglio dell’Avana. Di questi ce ne è una quantità imbarazzante tra le antiche proprietà degli zar. Chi visita il Russian Treasury di Mosca non può che rimanere esterefatto davanti ad una spilla da appuntare sui finimenti del cavallo: 999 brillanti grandi come nocciole. Ma il pezzo forte della collezione può sfuggire a chi ignora che il fermaglio di un antico braccialetto indiano finemente smaltato è un diamante, non una lente d’ingrandimento. Si tratta del Russian Table: una pietra da 25 carati tagliata a tavola per essere usata come portaritratti. Sempre al Cremlino si può ammirare un’altra meraviglia: lo Shah, 88,70 carati di forma irregolare su cui sono stati incisi i nomi dei primi tre proprietari. La faticosa usanza fini’ con Nicola I che nel 1829 ricevette la gemma dallo Scià di Persia. Numerosissime le pietre straordinarie provenienti dall’India tra cui il Regent che da grezzo pesava 410 carati, fu trovato da uno schiavo nel 1701, venduto al primo ministro inglese William Pitt, rivenduto al Duca di Orleans reggente di Luigi XV che lo incastonò nella propria corona. Quindi passò nelle mani di napoleone, o meglio, nell’elsa della sua spada. Adesso è al Louvre. Un consiglio spassionato. se per caso fesse rimesso in commercio il diamante Hope Blu che è in bella mostra allo Smithsonian Institute di Washington, stategli alla larga perchè porta sfortuna. Apparteneva a Luigi XIV che certo non ebbe vita facile. Fu rubato durante la rivoluzione francese. Ricomparve a Londra nel 1830, legalmente acquistato da Henry Philip Hope che fini’ in miseria con tutta la famiglia nonostante la vendita del diamante blu a Edward McLean avesse fruttato parecchio. Anche questultimo mori’ poverissimo…e poi dicono di non credere alle leggende! 

LA REGOLA DELLE QUATTRO C

I diamanti si giudicano in base a quattro caratteristiche diverse che, combinandosi tra loro, determinano il valore della gemma. Sono dette “4 c” ovvero: carat weight (peso in carati), clarity (purezza), colour (colore), cut (taglio). Il peso delle pietre preziose -e di conseguenza la loro grandezza- si calcola in carati, un’unità di misura che anticamente era costituita dai semi dell’albero di carrubo ma oggi corrisponde a valori precisissimi fissati a livello internazionale. Ogni carato corrisponde a un quinto di grammo (0,2) e si divide in 100 punti. Per esempio se state comprando un diamante di 25 punti questo pesa un quarto di carato: 0,25 gr. La purezza , invece, è una cosa che si valuta approssimativamente a occhio nudo, ma prima di fare un investimento serio sarebbe bene chiedere l’intervento di un esperto. Infatti quasi tutti i diamanti contengono tracce di carbonio non cristallizzato chiamate “inclusioni” che fanno di ogni pietra naturale un pezzo unico, come le impronte digitali dell’uomo. Più piccole sono e meglio è ma raramente ci si trova davanti a gemme definite “pure alla lente”. Qualora ci fossero inclusioni visibili a occhio nudo il valore della gemma diminuirebbe sensibilmente. Parlando di colore entriamo nel campo dei gusti personali senza però dimenticare un paio di regole base. Di solito il diamante è incolore ma per interferenze chimiche può assumere diverse colorazioni che, a seconda delle tonalità, aumentano o diminuiscono il suo valore. In natura ce ne sono 14 che, in ordine di pregio, vengono classificate: rosso brillante; viola; verde chiaro; blu zaffiro; azzurro; rosso scuro; rosa; giunchiglia; giallo chiaro; bianco con tonalità rosa, azzurre, violacee o verdoline; bianco; paglierino; bruno; nero.  I gemmologi preferiscono indicarli con sigle misteriose come “H Colour”. Questo, che poi sarebbe il bianco, è il più venduto in italia dove, secondo un’indagine della Doxa, il 50 per cento delle donne sposate ha ricevuto un anello di fidanzamento con diamanti.

Esistono in commercio gemme di discreta grandezza e particolarmente colorate il cui valore intrinseco è però piuttosto scarso. Si tratta dei cosiddetti “diamanti bomoriobardati”: pietre che vengono irradiate in laboratorio per nascondere sotto sfumature cromatiche affascinanti vistosi difetti. Riconoscerle ad occhio nudo non è difficile: una delle proprietà intrinseche del diamante sta proprio nella eterna danza della luce. Un “bombardato” per quanto grande, ben tagliato e montato ad arte non avrà mai la viva luminosità di una gemma bella di natura. Citando la luce entriamo nel vivo del taglio. Ce ne sono un’infinità e dipendono dalle caratteristiche della pietra. In ogni  caso in un diamante ben tagliato la luce deve essere riflessa dalle faccette del padiglione per fuoriuscire dalla perte superiore della pietra. Il taglio più classico, addirittura diventato sinonimo di diamante, è quello a brillante, tecnicamente detto “taglio Amsterdam”: di forma rotonda oppure ovale, con 32 faccette superiori, 24 inferiori e una tavola dalle proporzioni perfetto sopra. Quando la tavola è appena appena più grande si perde unpò di brillantezza ma le dimensioni della gemma sembrano maggiori. In questo caso si parla di taglio “Anversa”, mentre il taglio “America” è esattamente il contrario. Si sappia che i diamanti a “navetta” o “Marquise” sono a forma di asola con due punte ben definite; quelli tagliati a “smeraldo” dovrebbero avere una purezza al di sopra di ogni sospetto perchè sono dei semplici rettangoli smussati ai lati; lo stesso dicasi per i “carrè” che sono quadrati, mentre il taglio a “cuore”, a “goccia”, a “triangolo” va benissimo per chigià possiede un brillante tradizionale. Chi volesse acquistare un diamante d’epoca sappia che fin dai primi anni del secolo scorso si tagliavano a “rosa”, una specie di semisfera, cioè 24 sfaccettature su base piatta.

 



6 gennaio 2012

Sono solo quattro. Le altre per quanto belle, rare, di dimensione e valore ragguardevole, non rientrano nella categoria delle pietre preziose: miracoli della natura e tesoro degli umani. Diamanti, zaffiri, rubini e smeraldi hanno segnato la storia e i sentimenti, le avventure e l’ingegno dell’uomo. Per riconoscerle, amarle, valutarle e conservarle bisogna sapere alcune cose fondamentali…



6 gennaio 2012

Ogni anno al mondo si producono con fatiche a dir poco inenarrabili poche tonnellate di questo metallo! Un grammo di platino fornisce un filo lungo due chilometri. Pesantissimo (21,45 grammi per centimetro cubo, contro gli 11,35 del piombo), inattaccabile dagli agenti chimici e fisici, indeformabile al calore, il platino può essere considerato una conquista della civiltà moderna. Tanto per dare un’idea delle difficoltò che l’uomo ha dovuto superare per lo sfuttamento del platino si pensi che ricavare circa 31 grammi del materiale (un’oncia) significa estrarre dieci tonnellate di roccia e lavorarla per mesi prima di passare dal grezzo al lingotto.

STORIE E LEGGENDE

Fino a 250 anni fa lo si considerava argento di bassa lega. Il nome è infatti diminutivo di “plata”, argento in spagnolo, e gli venne dato dai conquistadores sbarcati nell’america latina dalla lontana penisola iberica. “Abbiamo dovuto abbandonare alcune delle miniere d’oro del Choco nella provincia di Nueva Grenada, perchè contengono troppa platina”, scrisse nel 1748 il matematico Antonio Ulloa nella “Relacion historica del viage a la America Meridional” commissionatagli dal Re di Spagna. Alludeva a un paese che oggi chiamiamo Colombia e alla sostanza che ha reso possibile la costruzione degli aerei supersonici e delle marmitte catalitiche, la conservazione dei cibi e la creazione di capolavori dell’arte orafa. In seguito alla relazione di Ulloa il mondo scientifico europeo conobbe un’agitazione senza precedenti. E lo stesso accadde ai falsari che, incautamente, presero a mischiare piccole percentua di platino alle finte monete d’oro per renderle più pesanti. Proprio per questo, nel 1758 la Corona Spagnola proibì il commercio del metallo la cui esistenza però, era già nota agli antichi egizi che, non si sa come, erano riusciti a decorare in platino un boccale d’oro considerato tra i più preziosi ritrovamenti dell’archeologia. Gli Incas, l’unico popolo il cui livello di civiltà poteva competere con quello della gente del Nilo, mescolavano grani di platino con polvere d’oro e riscaldavano il tutto. Colando, l’oro avvolgeva i grani di platino e li saldava tra loro dando vita a gioielli d’incredibile valore. Giacomo Casanova nelle sue “Memorie” racconta di aver visto un certo quantitativo di platino del Rio Pinto in casa della contessa d’Urfè, famosa alchimista dell’epoca e, ovviamente, sua galante conquista. Proprio in quel periodo (1799) in Germania fu creata una  lega di platino impiegando l’arsenico per ridurre il punto di fusione del metallo. Grazie a questa scoperta, Monsieur Janety, maestro orafo alla corte di Versailles sotto Luigi XVI, rischiò la vita riempendo la sua fucina di vapori d’arsenico per fare una zuccheriera in platino. Con l’introduzione del sistema metrico decimale nel 1975, fu necessario costruire tanto un metro quanto un chilo da custodire come unità di misura standard. Ci voleva un materiale incorruttibile e infatti i due esmplari originali che si vedono nel Pavillon de Breteuil a Sèvres sono in platino.

FASCINO PLATINATO

Raro, durissimo, quasi impossibile da trattare, il platino viene usato in gioielleria solo ai massimi livelli. Maestro indiscusso di quest’arte fu Louis Cartier che nel 1859 arrivò addirittura a fornire al camiciaio Charvet dei bottoni di platino sulla cui misura dovevano essere tagliate le asole. La prima collezione completamente realizzata in platino da cartier risale al 1895 e da allora l’illustre griffe francese non ha mai smesso di produrre capolavori d’artte con questo capolavoro della natura. A esserne affascinati furono personaggi come Scott Fitzgerald, Cole Porter, Greta Garbo e Jean Harlow detta anche ” la bionda platinata” . Charlie Chaplin definì “vera meraviglia della tecnica” due bracciali estensibili in platino ornati di diamanti portati abitualmente da Gloria Swanson. Le gemme più preziose della corona d’Inghilterra sono montate in platino come pure la maggior partwe dei gioielli di Wallis Simpson tra cui un’indimenticabile bracciale a forma di pantera in brillanti e onice con occhi di smeraldo.

Dopo il Sud Africa, responsabile dell’85 per cento della produzione mondiale,  il Canada, e marginalmente l’Unione Sovietica, è questa la più grande miniera di platino dell’universo. In realtà la scogliera di Merensky nel complesso sud africano di Bushveld è una fonte naturale inesauribile: 270 miglia da est a ovest per 180 miglia da nord a sud, pieni zeppi di platino e dei metalli della sua famiglia come rutenio, palladio, osmio e iridio. A sentire i geologi verrà  un giorno in cui diventerà antieconomico estrarlo dalla terrra, troveremo qualcos’altro per fabbricare pace-maker, fibre ottiche e quelle di vetro oltre che le lamette da barba.

CONSIGLI PRATICI

A chi invece volesse seguire i consigli di Oscar Wilde che riteneva il superfluo indispensabile, non resta che precipitarsi dal miglior gioiellere della citta sapendo che il titolo legale deve essere come minimo 950. Come distinguerlo dall’argento e dall’oro bianco? Dal peso, ovviamente, e dall’inossidabile resistenza: l’unica cosa per conservare i propri gioielli di platino è tenerli lontani dai ladri.

 



20 novembre 2011

Ariete.Tutte le pietre dai riflessi violacei: zaffiri, alessandriti e kunziti. Ametiste solo al collo e in segreto.

Toro. Tutte le pietre verdi: berillo, crisopazio e giada (per chi vuole innamorarsi) o, meglio ancora, malachiti africane.

Gemelli. Tutte le pietre dai colori chiari: acquemarine, zaffiri bianchi oppure opali “claire de lune”.

Cancro. Perle bianche o nere oppure occhio di gatto.

Leone. Rubini, granati e diamanti anche se impuri e di dimensioni minuscole.

Vergine. Smeraldi, tormaline verdi e quarzo cedrino.

Bilancia. Pietre azzurre come il firmamento: zaffiri cabochon oppure lapislazzuli.

Scorpione.Topazi imperiali o madera. Solo per l’ultima decade: diaspro variegato rosso e corallo.

Sagittario. Nient’altro che turchesi, le pietre più antiche del mondo!

Capricorno. Ambre, agate e corniole, soprattutto per migliorare il carattere.

Acquario. Segno così aereo da non amare i gioielli, ma se li porta sceglie tra cristalli di rocca, madreperla e avorio.

Pesci. Ampia scelta tra acquemarine, ametiste molto scure e opali di fuoco.

 



Riflessioni

admin
20 novembre 2011

 Una sensazione di piacere e di interesse  si trasferisce dall’osservatore alla persona che indossa un oggetto piacevole da guardare .  Sin dall’età della pietra, con la scoperta di questo effetto sull’animo umano, l’uomo ha sentito il bisogno di adornarsi.  Nacque l’oreficeria e la realizzazione di ornamenti che nel corso della storia hanno assunto valori ben più grandi di quello puramente intrinseco: il gioiello identifica la civiltà in cui nasce, il periodo in cui è prodotto e la condizione sociale di chi lo possiede.  Piccoli laboratori orafi modestamente attrezzati hanno costruito per secoli i gioielli più impegnativi e quando l’artigiano dotato di particolare sensibilità è riuscito attraverso le sue capacità tecniche ad imprimere alla materia un’emozione, ha costruito un opera d’arte. Con l’industrializzazione la quantità di oreficeria prodotta in un anno nel mondo è diventata enorme, oggetti che per la maggior parte sono solo sfoggio di ricchezza,  il cui valore è legato solo alla quotazione del prezioso metallo con cui sono costruiti. D’altra parte, però, la lavorazione in serie ha valorizzato quella artigianale là dove continua ad essere impiegata. In altre parole dove tecniche e strumenti modernissimi sono al servizio della più schietta tradizione artigianale, sotto la guida di esperti maestri orafi si riesce a tenere alto il valore intrinseco del gioiello considerato opera d’arte nel confronto con la lavorazione in serie. Una secolare tradizione che ha dato all’Italia il primo posto nella classifica mondiale dei produttori di preziosi e grazie alla quale potrebbe superare la crescente competizione dei paesi asiatici, con dei gioielli “Made in Italy” sempre un gradino al di sopra degli altri.



5 novembre 2011

Allo stato puro è il più bianco e il più brillante dei metalli. Si trova sotto forma di cristalli, laminette, granuli, filamenti o pepite solo in Canada, Norvegia e Perù. Altrimenti viene ricavato come solfuro dai minerali argentiferi presenti nel continente latinoamericano sopratutto in Messico) e in piccole quantità, nella galena e nell’ argentite della sardegna. Non è molto se si pensa che fino al secolo scorso l’argento era considerato il bene rifugio per eccellenza dopo l’oro. All’epoca il rapporto di valore tra i due metalli era di uno a 15, mentre oggi ci vogliono circa 50 grammi di argento per comprare un grammo d’oro. In compenso nessuno nega la nobiltà di una materia capace di condurre elettricità e calore oltre che sensibile alla luce. Essendo un materiale molto malleabile lo si può lavorare solo legato ad altri metalli, ma proprio grazie a questa sua intrinseca “tenerezza” l’uomo ha potuto creare capolavori preziosi: sculture, gioielli, stoviglie e perfino opere di grandi dimensioni come gli altari di certe chiese barocche.

Storie e leggende

Difficile stabilire quando iniziò il lungo sodalizio tra l’uomo e l’argento anche se è certo che già nelNeoliticolo si lavorava. L’archeologo Schliemann ne trovò svariate prove tra i reperti di Troia mentre negli scavi di Creta vennero alla luce opere d’epoca minoica e micenea. Gli inventori del vetro, i fenici dalle agili navi, erano esperti argentieri. Mai quanto gli Etruschi cui forse si deve la misteriosa anfora fatta da 110 medaglioni sbalzati, uno diverso dall’altro, ritrovata da un pescatore nel golfo di Baratti. I Greci  estraevano l’argento dalle miniere di Laurion, gli Sciti, invece, lo rubavano dove potevano per poi lavorarlo con barbaro splendore. L’impero romano divenne tale anche grazie al ruolo di Roma come centro di raccolta degli argenti del Mediterraneo. Carlo Magno collezionava pezzi di argenteria d’ogni epoca e paese. Il Medioevo vanta soprattutto opere sacre come l’altare di Volvinio nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. L’accidentale scoperta delle Americhe segnò un’ulteriore svoltanella produzione e nello stile dell’ argenteria. Partito alla ricerca del “paese delle spezie”, Cristoforo Colombo trovò invece la patria dell’oro e dell’argento. Inevitabile, quindi, la creazione di oggetti mai visti prima come la caffettiera. È di questo periodo un’idea che gli inglesi rubarono all’Olanda: usare l’argento per fabbricare cose di uso domestico e linea essenziale. Pochi secoli dopo il Re Sole avrebbe preferito le forme “Rocaille”, cioè a conchiglia. Dobbiamo arrivare al 1989 per ritrovare un’autentica follia d’argento: la Barbie realizzata dal gioielliere Tiffany per festeggiare i 30 anni della bambola più famosa del mondo.

Consigli pratici

L’argento si può utilizzare in mille modi diversi, perfino per il controllo delle nascite. Chi sceglie la spirale come metodo contraccettivo sappia che alcuni modelli contengono una certa quantità di questo metallo oltre al rame, grazie alla presenza dell’argento si limitano moltissimo possibili effetti collaterali come infiammazioni gravi e sterilità. Da sfatare una volta per tutte la teoria dell’intolleranza al materiale: è scientificamente provato che se la pelle si irrita a contatto con l’argento, è colpa del nichel presente nella lega. La manutenzione è facilissima: basta strofinare i gioielli con un panno morbido bagnato d’alcool. Periodicamente sarà bene pulirli con prodotti specifici oppure portarli dall’orafo di fiducia per interventi più radicali. Bando alla pigrizia, invece, nell’uso delle posate d’argento. Non è difficile conservarle bene: basta immergerle in un catino d’acqua tiepida e sapone se per caso si decide di lavare i piatti il mattino dopo una cena a base di sale, limone, maionese, uovo crudo, zafferano, aceto o loro derivati. Per lucidarle perfettamente, si strofinano ogni tanto con acqua e bicarbonato oppure bisogna passarle con appositi liquidi venduti nei negozi specializzati. Per conservare l’argenteria bisogna avvolgerla in un panno, carta velina o giornali e legareil pacchetto con lo spago, non con gli elastici che essendo di gomma sono veri nemici dell’argento. A questo punto si infila il tutto dentro un saccheto di plastica da chiudere ermeticamente una volta fatta uscire l’aria. Prima di acquistare oggetti di argenteria si controlli che ci sia il titolo legale: 925, 835 e sopatutto 800. Nei paesi anglosassoni, invece l’argento è sempre 925, cioè “Sterling” dal nome di un decreto emanato in Inghilterra nel 1238 che rendeva obbligatorio l’uso della stessa lega di rame con cui sono fatte le sterline. Più morbido dell’ 800, lo Sterling si presta meglio ad essere martellato ed inciso. Esistono in commercio splendide cose che pur essendo marchiate NON sono argento. Quando c’è scritto “Arg.1000″ oppure “Arg.800″  ci si trova davanti a semplice metallo argentato. “Silver plate” è ottone nichelato ed argentato. “Sheffield” è rame ricoperto da una sottile lamina d’argento, mentre “Argentone” è una lega di rame, zinco e nichelio.

 



6 settembre 2011

STORIE E LEGGENDE

C’è chi dice che il famoso vello d’ oro alla cui conquista partì Giasone con gli Argonauti, fosse semplicemente una pelle di pecora usata da antiche popolazioni come rudimentale setaccio di sabbie aurifere. L’Egitto dei faraoni, invece, avevano sistemi più raffinati. Gli inventori delle piramidi prima trovarono le miniere poi misero a punto un sistema per raffinare il metallo grezzo e, infine, usarono l’ oro nel meraviglioso modo che ancora oggi possiamo ammirare nei musei di tutto il mondo. «Ci sono 1704 oggetti di squisita fattura la maggior parte dei quali in purissimo oro», telegrafò al suo mecenate Lord Carnarvon, Howard Carter, l’archeologo inglese che il 17 febbraio del1923 riuscì ad entrare nella tomba di Tutankhamon, nella cosiddetta “Valle dei re” a Luxor. Poco lontano da qui, sulla strada di Deir Al-Bahari, si trova il tempio di Hatshepsut, la sola donna che fu faraone, artefice di un vantaggioso patto commerciale con la regina del Punt: paese africano ricchissimo d’oro ma povero d’immaginazione, capace di scambiare alla pari preziose pepite con semi di lino. Per gli indiani l’oro è “luce minerale” . I cinesi lo chiamano “figlio dei desideri della natura” . E nell’antichità tanto in India quanto inCina si preparavano pozioni d’immortalità a base d’oro. “I capelli tornano neri e i denti ricrescono a chi si ciba d’oro” dicono gli antichi testi brahminici e forse da qui Gualtiero Marchesi ha preso l’idea di fare un sublime risotto con foglia d’oro. Invece dall’altra parte del mondo, prima chi i conquistadores spagnoli alimentassero la leggenda dell’Eldorado, il popolo Azteco, che adorava l’oro, lo associava con le mutazioni delle stagioni: come se la terra, al pari dei serpenti, fosse in grado di “cambiare pelle”. Impossibile dimenticare l’epopea degli alchimisti medievali alla ricerca della pietra filosofale: una sostanza capace di trasformare il piombo in oro. Non sono loro gli ultimi romantici: basta andare in alcune valli del monte Rosa o sulle rive del Po e del Ticino per vedere che ancora oggi c’è qualcuno che passa la domenica a caccia di pepite. Purtroppo i giacimenti italiani sono esauriti da un pezzo, i paesi produttori sono: Sud Africa, Nord America, America Latina, Australia e India. Ma i sogni, si sa, sono duri a morire.

CURIOSITÀ  DORATE

Per ottenere un’oncia d’oro (circa 31 grammi) un operaio lavora 38 ore, vengono estratte 3,4 tonnellatedi minerale greggio, occorrono 6.300 litri d’acqua, da 8 a 16 metri cubi di ari compressa e si utilizza tanta energia elettrica quanta se ne consuma per 10 giorni in una casa privata. Con un’oncia d’oro si può ricavare una lamina sottilissima, quasi trasparente, capace di coprire 10 metri quadri.Da un grammo d’oro si può fare un filolungo 3,5 chilometri con cui impreziosire metri e metri di lana e seta. Così sono nati imeravigliosi arazzi Gobelin e vestiti d’inaudito splendore come quello indossato da Caterina la Grande il giorno dell’inconorazione, ora esposto al museo del Cremlino. Impossibile citare l’enorme quantità di statue d’oro conservate nei templi orientali, ma quella del Buddah nel Wat Trimit di Bankok – 3 metri di altezza e 5 tonnellate e mezzo di peso- merita da sola il viaggio in Thailandia. Anche in tempi moderni si sono fatte cose che sarebbero piaciute a Goldfinger, il criminale che voleva rapinare Fort knox: Elvis Presley volle una Stutz rifinita in oro, così come Jayne Mansfield per la sua fuoriserie. D’oro massiccio è una pesantissima bottiglia di Coca Cola di un collezionista. Una curiosità: il 9 luglio 1864 terminarono i lavori della ferrovia tra l’est e l’ovest degli Stati Uniti d’America, e l’ultimo chiodo battuto era d’oro.

CONSIGLI PRATICI

 

L’uso più comune del prezioso metallo, il 65 per cento della produzione mondiale, è legato all’oreficeria. Il triangolo dorato Vicenza, Valenza Po e Arezzo ne detiene il primato. In Italia su tutti gli oggetti preziosi deve essere impresso il “titolo” ovvero la misura espressa in millesimi della quantità di metallo puro presente nella lega. Più alto è il titolo, più prezioso è l’oggetto. Per l’oro il titolo comunemente usato in gioielleria è 750, poi ci sono oggetti realizzati in 585, 500 e 333, il cosiddetto “oro basso”, il resto può essere rame, argento, nichel, palladio, platino, alluminio, a seconda dei colori che si vogliono ottenere. Può capitare di sentire l’espressione “oro a 18 carati o trovare vecchi gioielli con il marchio “18 kt” o 14, 12, 8: niente di grave, è il titolo espresso nell’antica misura pari alla ventiquattresima parte di un grano, legge in vigore fino al 1968. La parola carato deriva dall’arabo “qirat” , grano di carruba, piccolo peso. E il titolo è l’unica certezza, mordere i gioielli o tentare altri esperimenti empirici per capire se sono davvero d’oro, non serve a niente: i falsari vengono smascherati solo da prove di laboratorio,  con acido nitrico e “pietra di paragone”. Ma non è l’unico modo per valutare un gioiello, il suo valore dipende soprattutto dal tipo di lavorazione, dal design, dalla firma. Del resto il vero reddito di certi gioielli è la loro godibilità. Per pulirli ci si procuri della semplice acqua calda, un detersivo neutro, uno spazzolino morbido e una pelle di daino.

 

 



27 agosto 2011

Quelli che il dizionario  definisce “oggetti in metallo prezioso lavorato, spesso adorni di gemme” sono in realtà simboli culturali, religiosi e sociali sul cui significato si indaga da secoli. L’ uso che se ne fa ha assunto nel corso della storia valori ben più grandi di quello puramente intrinseco. Ovunque ci si giura eterno amore con uno scambio di anelli ed è così dal tempo dei romani. Prima che i nostri augusti antenati simboleggiassero la continuità della vita e delle generazioni con la forma circolare della vera, gli egiziani avevano inventato scettri e corone: gli oggetti con cui ancora oggi si identificano i re. E tanto per sottolineare l’oscuro dominio di uno su molti, l’ Egitto dei faraoni perfezionò l’arte di indossare bracciali, collane, orecchini e fermagli preziosi come segni di un potere tanto temporale quanto spirituale. Popoli più semplici e primitivi usavano questi monili come merce di scambio, piccola o grande ricchezza da portare sempre con sé per far fronte ad eventuali imprevisti. Per questo le boccole antiche hanno sempre il pendente staccabile e la maggior parte dei veri gioielli etnici è fatta d’oro o d’argento allo stato puro: facili da scambiare, fondere e rilavorare in caso di necessità. Fa un certo effetto pensare che forse nel nostro gioiello preferito c’è un anello appartenuto alla schiava Isaura o parte della maschera di un nobile guerriero Incas, eppure è possibile proprio perchè alcuni materiali sono inalterabili nel tempo: oro, argento, platino, l’eterno diamante,zaffiri, rubini, smeraldi, topazi, perle, turchesi, coralli e perle che se non altrettanto eterni, comunque durano moltissimo.Secondo il “Dizionario dei simboli” il gioiello è un attributo di Vishnu, “tesoro dell’oceano, nato dalle acque”, per l’esoterismo islamico ha anche il significato di intelletto, essenza incorruttibile dell’ essere, segno di verità e perfezione spirituale, non per niente Maometto è detto “pietra preziosa tra le pietre”. Si potrebbe continuare all’ infinito citando tantrismo, il pantheon buddista, Lao Tse, lo scintoismo e la mistica cattolica. Possiamo arrivare a Jung che invitava a diffidare di chi non ama i gioielli perchè essi rappresentano “le ricchezze sconosciute dell’inconscio, ed essendo fatti di energia e luce, tendono a passare dal piano della conoscenza segreta a quello dell’ energia primordiale”. C’è qualcosa di magico e ineluttabile nei gioielli, un misterioso potere che ci fa provare piacere a portare, ricevere, regalare o trovare oggetti preziosi.

 



18 agosto 2011

Oggi è il giorno migliore per parlare di “gioielli”…

L’oreficeria ha origini remote connesse con la scoperta delle proprietà e delle possibilità di lavorazione di metalli.L’oreficeria è una somma di varie tecniche e gli orafi non sono solo degli artisti capaci di esprimere in una determinata materia il gusto dell’epoca ma tecnici espertissimi conoscitori delle proprietà dei metalli, dei procedimenti di raffinamento, dei problemi connessi con la saldatura e incastonatura di pietre e smalti e infine artefici eclettici che passano dalla laminatura al lavoro a sbalzo,al cesello e all’ agemina. L’orefice moderno sfrutta le conoscenze prodotte dalle scienze fisiche e matematiche, usa strumenti di misura, ultrasuoni, forze motrici, laser, un artigiano sempre più meccanizzato che impara attraverso la tecnica e la pratica nella sua bottega a sviluppare quelle capacità artistiche che fanno diverso un orafo dall’ altro, creando oggetti che oltre al valore economico avranno anche valore artistico.



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admin
13 agosto 2011

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